Massacro di manifestanti in Iran: serve azione diplomatica

14 Gennaio 2026

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Amnesty International ha denunciato che, sulla base di video verificati e di informazioni attendibili provenienti da testimoni oculari, sono in corso in Iran uccisioni illegali di massa di dimensioni senza precedenti, mentre prosegue la chiusura di internet imposta dalle autorità l’8 gennaio allo scopo di nascondere i propri crimini.

L’organizzazione per i diritti umani ha sollecitato gli stati membri delle Nazioni Unite a riconoscere che la perdurante impunità di sistema per i crimini commessi dalle forze di sicurezza iraniane nelle attuali e nelle precedenti proteste ha rafforzato le condotte criminali delle autorità iraniane. Dal 28 dicembre, la crescente repressione mortale delle proteste per lo più pacifiche ha causato perdite di vite umane senza precedenti: le stesse autorità hanno ammesso un totale di 2000 morti.

Gli stati membri delle Nazioni Unite devono agire subito e in modo coordinato per impedire un ulteriore spargimento di sangue, anche attraverso la convocazione di riunioni e sessioni straordinarie del Consiglio dei diritti umani e del Consiglio di sicurezza. Per dare il segnale che l’era dell’impunità deve finire e per scongiurare altri massacri, gli stati membri devono prendere in considerazione l’istituzione di meccanismi di giustizia internazionale per avviare rapidamente indagini e processi nei confronti dei responsabili di crimini di diritto internazionale e di gravi violazioni dei diritti umani. Infine, sottolinea Amnesty International, è necessario che il Consiglio di sicurezza deferisca la situazione dell’Iran alla Corte penale internazionale.

“Questa spirale di bagni di sangue e impunità deve finire. La dimensione e la gravità dell’attuale repressione e delle uccisioni è senza precedenti persino se comparata alle gravi violazioni dei diritti umani e ai crimini di diritto internazionale commessi dalle autorità iraniane nelle varie precedenti proteste”, ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International.

“Mentre ampi settori della società iraniana riempivano le strade sfidando i proiettili, la Guida suprema iraniana e le forze di sicurezza hanno lanciato la loro peggiore campagna repressiva. Hanno intenzionalmente ucciso in massa persone che stavano chiedendo cambiamenti fondamentali e la transizione dal sistema della Repubblica islamica a una forma di governo che rispettasse i diritti umani e la dignità. La comunità internazionale deve assumere urgenti iniziative diplomatiche per proteggere i manifestanti da ulteriori massacri e porre fine all’impunità che sta guidando la politica di stato dei massacri”, ha aggiunto Callamard.

Secondo le prove raccolte da Amnesty International, le forze di sicurezza posizionate in strada e sui tetti di abitazioni private, di moschee e di stazioni di polizia hanno ripetutamente aperto il fuoco con fucili e pistole armate di pallini di metallo, colpendo manifestanti inermi spesso alla testa o al torace. Le strutture sanitarie sono stracolme di persone ferite mentre famiglie disperate cercano i loro cari tra i sacchi per cadaveri che riempiono gli obitori o vedono corpi impilati uno sopra all’altro sui rimorchi dei camion, nei congelatori o nei magazzini.

Amnesty International ha analizzato decine di video e di fotografie riferiti alla repressione delle proteste a partire dall’8 gennaio e realizzati in dieci città delle province di Alborz, Gilan, Kermanshah, Razavi Khorasan, Sistan e Balucistan e Teheran. L’organizzazione per i diritti umani ha anche consultato un medico forense indipendente mostrandogli video e fotografie di persone uccise o ferite.

Persone che difendono i diritti umani e giornalisti hanno condiviso con Amnesty International screenshot di messaggi testuali e vocali inviati da 38 persone di 16 città situate in nove province. Inoltre, l’organizzazione ha  parlato con tre fonti ben informate in Iran (un operatore sanitario e due manifestanti) e con altre 16 fonti ben informate all’estero, tra le quali familiari di vittime, difensori dei diritti umani, giornalisti e testimoni oculari che hanno lasciato l’Iran il 12 gennaio.

Sulla base di queste prove, Amnesty International ha concluso che dalla sera dell’8 gennaio c’è stata un’escalation coordinata su scala nazionale dell’uso illegale della forza contro manifestanti pacifici e persone che stavano unicamente assistendo alle proteste.

Secondo i video verificati e le testimonianze oculari raccolte, le forze di sicurezza responsabili della repressione mortale comprendono i Guardiani della rivoluzione e i loro battaglioni basij così come varie divisioni delle forze di polizia note con l’acronimo persiano Faraja nonché agenti in borghese.

I video verificati evidenziano persone ferite in modo grave e in alcuni casi mortale causati da colpi d’arma da fuoco alla testa, occhi compresi, persone che giacciono esanimi lungo le strade e persone trascinate via mentre in sottofondo si sentono spari. Altri video mostrano persone perdere copiosamente sangue o prive di vita all’interno degli ospedali. In diversi video le persone che effettuano le riprese dicono che sono state uccise delle persone.

Almeno due video mostrano le forze di sicurezza scagliarsi e sparare contro persone che non rappresentavano alcuna minaccia.

Un giornalista di Teheran ha detto ad Amnesty International:

“Fate sapere al mondo che in Iran vengono commessi crimini indicibili. Fate sapere al mondo che se non farà nulla, loro [le autorità] trasformeranno il paese in un cimitero”.

La continua chiusura di internet sta fortemente impedendo alle vittime, ai giornalisti e alle organizzazioni per i diritti umani di svolgere ricerche e interviste approfondite sulle violazioni dei diritti umani, col conseguente rischio che le prove di queste ultime vengano perse.

Amnesty International ha reiterato la sua richiesta al Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, il massimo organo iraniano per la sicurezza interna, a ordinare immediatamente alle forze di sicurezza di porre fine all’uso illegale delle armi da fuoco e a ripristinare subito il pieno accesso a internet.

È più che giunto il momento che gli stati e la comunità internazionale perseguano la giustizia internazionale e affrontino un’impunità di sistema che va avanti da decenni e che consente alle autorità iraniane di compiere crimini di diritto internazionale per sradicare il dissenso e di negare di aver commesso crimini contro l’umanità, confermati invece dalla Commissione delle Nazioni Unite di accertamento dei fatti in Iran.

Occorre un approccio giudiziario internazionale che comprenda un’indagine della Corte penale internazionale dopo il deferimento a essa della situazione in Iran da parte del Consiglio di sicurezza, così come l’istituzione di ulteriori meccanismi di giustizia internazionale e risposte giudiziarie a livello nazionale attraverso l’esercizio del principio della giurisdizione universale.

La provincia di Teheran

Dai video verificati e dalle testimonianze oculari è emerso che le forze di sicurezza hanno commesso uccisioni illegali e di massa nella provincia di Teheran.

Il 10 gennaio hanno iniziato a emergere sconvolgenti immagini di una camera mortuaria improvvisata in un fabbricato annesso alla sede dell’Organizzazione di medicina legale (un istituto di medicina forense statale) di Kahrizak, nei presso di Teheran, e della camera mortuaria ufficiale stracolma di corpi. Cinque video girati in quest’ultima struttura mostrano famiglie disperate mentre cercano di identificare i loro cari all’interno dei sacchi per cadaveri. Amnesty International ha analizzato i cinque video e dopo aver tenuto conto della possibile duplicazione delle immagini, ha contato almeno 205 distinti sacchi per cadaveri.

Uno dei cinque video, pubblicato l’11 gennaio, mostra uno schermo all’interno della struttura che mostra foto delle persone decedute con un contatore numerico in progressione. Questo sembra il sistema adottato dalle autorità per consentire alle famiglie di riconoscere i corpi dei loro cari. Il contatore arriva fino al numero 250.

Un resoconto diffuso il 13 gennaio dalla Bbc Persian comprende la testimonianza oculare di una persona di Kahzirak, che descrive quanto ha visto il 9 gennaio:

“[Le famiglie delle vittime] arrivavano nella sala delle autopsie dove i corpi stavano impilati uno sopra l’altro. Una stanza era così piena di cadaveri da non riuscire ad aprirne la porta. In una stanza a parte c’erano i corpi delle donne”.

Secondo le tre fonti ben informate consultate da Amnesty International, a Kahzirak oltre che a questo obitorio centrale le famiglie venivano mandate ai cimiteri e agli ospedali dove i corpi erano tenuti in celle frigorifere e in magazzini.

Un video condiviso con Amnesty International e girato al complesso cimiteriale di Behesht Zahra, a Teheran, mostra le famiglie in cerca dei loro cari tra sacchi per cadaveri all’esterno e dentro una serie di grandi sale interne. Non è chiaro quando il video sia stato girato ma il suo autore afferma che i corpi sono stati portati lì dopo la violenta repressione dell’8 e del 9 gennaio. Amnesty International ha analizzato il video e quattro fotografie che mostrano corpi all’interno di sacchi per cadaveri e ha contato almeno 120 di questi sacchi. L’organizzazione per i diritti umani ha parlato con un familiare di una vittima che il 9 gennaio si è recato all’obitorio per recuperare una salma e che ha descritto scene terrificanti dell’obitorio stracolmo di cadaveri.

Le famiglie cercano i loro cari nell’obitorio improvvisato di Kahrizak, vicino Teheran. @VahidOnline

Altri video girati nella provincia di Teheran mostrano altri aspetti della repressione mortale. Uno, girato il 9 gennaio, mostra 10-12 corpi all’interno dell’ospedale Alghadir, nella zona orientale di Teheran.

Un video pubblicato due giorni dopo e girato a Tehranpars, un sobborgo a un chilometro dall’ospedale Alghadir, mostra la repressione mortale in questa zona della capitale. Il testo impresso nel video afferma che risale all’8 gennaio ma Amnesty International non è stata in grado di confermare tale data. Due manifestanti in via Rashid 115 cercano di ripararsi dai continui colpi d’arma da fuoco. I due manifestanti non si vedono in volto ma uno dice all’altro, che sta filmando:

“Butta via il telefono. Ti spareranno alle mani. Ci sono cecchini in mezzo a loro [alle forze di sicurezza]…” 

Un video della durata di sei minuti girato sempre in via Rashid 115 a Tehranpars il 9 gennaio mostra le forze di sicurezza sparare dal tetto di una stazione di polizia mentre manifestanti e passanti stanno fuggendo. 

Un testimone oculare del vicino quartiere di Narmak ha raccontato:

“Qui [le forze di sicurezza] hanno sparato e ucciso almeno cinque-sei persone di fronte a noi. Non usano più i pallini di metallo, ora sparano coi proiettili veri”.

Un altro testimone oculare ha dichiarato di aver visto molte persone con ferite da arma fa fuoco venire portate all’ospedale di Labafinejad, nel nord-est di Teheran. Secondo informazioni ricevute da Amnesty International, operatori sanitari hanno riferito di una situazione simile in un ospedale di Shahr-e Qods, nella provincia di Teheran, e in un ospedale nei pressi del quartiere di Sadeghieh di Teheran.

In una testimonianza inviata ad Amnesty International, un manifestante della città di Nassimshahr ha raccontato:

“[Le forze di sicurezza sparavano incessantemente contro le persone che cercavano di fuggire. Hanno ucciso l’8 gennaio. Hanno sparato a chiunque il 9 gennaio e hanno ucciso persone. Ditelo al mondo intero. Ovunque sono posizionati agenti basij che sembrano dei ragazzini armati di kalashnikov”.

La provincia di Razavi Khorasan

Video verificati risalenti all’8 gennaio, uniti ai racconti di operatori sanitari e testimoni oculari, hanno portato alla conclusione che nella provincia di Razavi Khorasan le forze di sicurezza hanno sparato direttamente e senza preavviso contro manifestanti e passanti. In questa provincia c’è stato un alto numero di vittime.

Un operatore sanitario della città di Mashhad, intervistato da Amnesty International, ha dichiarato:

“La notte del 9 gennaio sono arrivati in un ospedale i corpi di 150 giovani manifestanti, poi sono stati trasferiti al cimitero Behesht Reza nei pressi di Mashhad. Una giovane donna è morta dentro l’ospedale e le forze di sicurezza hanno iniziato a dire che era stata uccisa dai rivoltosi. La famiglia ha negato. [Le autorità] hanno seppellito i corpi velocemente prima che venissero identificati e solo dopo hanno informato le famiglie”.

In un video girato il 10 gennaio in viale Vakilabad, sempre a Mashhad, le forze di sicurezza sparano contro i manifestanti dall’alto, anche da una passerella. Un secondo video girato nella stessa zona lo stesso giorno mostra le forze di sicurezza inseguire manifestanti mentre si sentono suoni compatibili con colpi d’arma da fuoco. Tra gli agenti si vede una luce improvvisa accompagnata da un rumore molto forte: la persona che sta filmando afferma che le forze di polizia stanno sparando alla folla.

Un testimone oculare di Vakilabad ha raccontato:

“[Le forze di sicurezza] hanno lanciato gas lacrimogeni e granate stordenti direttamente contro di loro [i manifestanti]. Hanno sparato con proiettili veri ferendo diverse persone. Le persone sentivano come se a quel punto non avessero più nulla da perdere”. 

Un altro operatore sanitario di Mashhad ha condiviso con Amnesty International questa testimonianza:

“Lavoro al pronto soccorso. Chiunque ci portassero aveva ferite gravissime da colpi d’arma da fuoco. Alcuni avevano la faccia e le mani piene di pallini di metallo. Era chiaro che [le forze di sicurezza] avevano sparato per uccidere. Queste persone senza cuore non hanno la minima pietà”.

La provincia di Alborz

Video verificati e testimonianze oculari indicano che anche nella provincia di Alborz, a partire dall’8 gennaio, ci sono state uccisioni di massa.

In un video verificato da Amnesty International si sentono colpi d’arma a fuoco mentre in un altro video girato a Karaj e pubblicato il 10 gennaio si vedono decine di uomini armati delle forze di sicurezza pattugliare le strade.

Due video pubblicati il 9 gennaio mostrano uomini e donne esanimi sul pavimento di quello che sembra un ospedale. In uno dei due video la persona che sta filmando dice: “[Le forze di sicurezza hanno ucciso coi proiettili veri”. Nel testo impresso nel video si legge che le immagini provengono da Fardis e risalgono all’8 gennaio, ma Amnesty International non è stata in grado di confermarlo.

Testimonianze oculari dalla provincia di Alborz hanno confermato la repressione mortale. Un operatore sanitario che lavora a Fardis ha descritto l’ingestibile afflusso di persone ferite e di cadaveri negli ospedali di Karaj:

“All’ospedale Soleimani, solo la notte [dell’8 gennaio] sono stati portati 87 cadaveri. All’ospedale Parsian c’erano 423 feriti. Era stracolmo di feriti”.

Provincia di Kermanshah

Testimonianze oculari e video verificati provenienti dalle città di Kermanshah, Eslam Abad-e Gharb e Gilan-e Gharb e risalenti all’8 e al 9 gennaio confermano nella provincia di Kermanshah lo stesso modello di uso illegale della forza, di armi da fuoco e di munizioni il cui uso è vietato nelle manifestazioni in quanto causano morte e ferimenti.

Diversi video verificati da Amnesty International, girati nella città di Kermanshah e pubblicati l’8 gennaio, mostrano agenti delle forze di sicurezza in uniforme e in borghese in viale Golha e nei paraggi mentre eseguono arresti violenti e hanno atteggiamenti minacciosi. In un video si sente il suono di un colpo d’arma da fuoco così come quello della ricarica dell’arma. Non si vede chi sia colpito. Nell’altro agenti in uniforme e in borghese pattugliano le strade della città con le armi in pugno e arrestano una persona.

Un ulteriore video pubblicato l’8 gennaio mostra scene di caos a Kermanshah, in cui manifestanti soccorrono due persone a terra mentre quella che sta filmando urla: “Hanno ucciso due persone”.

In due video girati a Gilan-e Gharb, inviati ad Amnesty International da un difensore dei diritti umani, si sentono colpi d’arma da fuoco. In uno dei due, manifestanti fuggono tra gli spari.

Queste immagini sono state corroborate da testimonianze oculari. Amnesty International ha ricevuto quella di un manifestante ferito a Kermahshah:

“Kermanshah sembra una zona di guerra, un campo pieno di proiettili Gli agenti sono arrivati dalle vie laterali e hanno aperto il fuoco. Siamo corsi via ma continuavano a sparare. Mi hanno colpito con 20 pallini di metallo e mi sono rifugiato in un’abitazione. Le forze di sicurezza sparavano persino contro le abitazioni delle persone che ci avevano aperto le porte”.

Le testimonianze oculari comprendono urgenti richieste di aiuto. Una persona di Gilane- Gharb ha detto:

“La situazione è estremamente drammatica. Fate qualcosa: [le forze di sicurezza] sparano alla gente coi proiettili veri. Hanno scatenato la repressione contro il popolo. Mi appello alla vostra coscienza, fate qualcosa. Allertate le organizzazioni per i diritti umani”.